Franco Ferrari, intellettuale di successo, spirito moderato e fondamentalmente laico, traccia un bilancio disastroso della propria vita privata. In particolare non sopporta più di condurre un’esistenza svuotata di ogni passione e ideale, pigra e passiva di fronte ai continui attacchi portati a un modello di società, quello occidentale, che nonostante tutto sente di dover difendere. Come se non bastasse, la relazione con una donna di origini tunisine e l’incontro con un dignitario saudita gli aprono gli occhi sulla maggiore «vitalità» dell’Islam; il cristiano, si rende conto, nel migliore dei casi crede, un musulmano è certo, ed è per questa ragione che non teme i comportamenti estremi. In lui nasce così la volontà di mettere da parte le parole per fare qualcosa di concreto, un’esigenza che si fa sempre più pressante in seguito a un drammatico colloquio con la morente Gìa Veronesi, famosa giornalista e polemista, e a una specie di «chiamata» dal passato. Un suo antenato che partecipò alla battaglia di Vienna dell’11 settembre 1683, dove l’esercito di Maometto IV fu fermato mentre era sul punto di dilagare in Europa, sembra infatti invitarlo all’azione. Alla fine, Franco concepisce un progetto inaudito: entrare in una moschea con indosso una cintura esplosiva e farsi saltare in aria, dimostrando al mondo che anche un occidentale è capace di gesti assoluti. Prima, però, spiegherà le sue ragioni in una lunga lettera, e si procurerà un testimone che racconti l’ultima parte della storia, il dopo, quando lui sarà ormai diventato l’eroe cristiano. Ma nessun piano, neanche il più perfetto, tiene conto di tutti gli imprevisti.
«I martiri sono gente seria, terribilmente seria.» |
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