A distanza di pochi anni dai clamorosi omicidi dei due giuslavoristi Massimo D’Antona (20 maggio 1999) e Marco Biagi (19 marzo 2002) che segnarono il rientro nella scena delle redivive Br, molti arresti hanno smantellato le nuove cellule brigatiste, si è giunti a condanne in primo e secondo grado contro i responsabili e la storia sembra conclusa. Tuttavia, è importante capire quale gestazione abbiano avuto negli anni Novanta gli epigoni della lotta armata, come sono arrivati a colpire i due consulenti del Welfare e soprattutto come siano stati individuati e incastrati dagli uomini dell’Antiterrorismo. Biacchessi, studioso attento del terrorismo italiano, come dimostra la sua lunga bibliografia, in questo libro ha raccolto il racconto inedito degli investigatori incaricati delle indagini sugli omicidi eccellenti. Si tratta delle testimonianze di Carlo De Stefano, direttore della Polizia di Prevenzione, Franco Gabrielli, direttore del Sisde, già capo del Servizio Centrale Antiterrorismo, Eugenio Spina, dirigente della Polizia di Prevenzione, Vittorio Rizzi, capo della Squadra Mobile di Milano, già alla guida del Gruppo Investigativo Biagi. La svolta nella loro inchiesta giunge il 2 marzo 2003. È il giorno della sparatoria sul treno interregionale Roma-Firenze in cui perdono la vita il poliziotto Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi, mentre Nadia Desdemona Lioce viene arrestata. Dai computer palmari ritrovati nei loro zainetti, da alcuni numeri e schede telefoniche, gli investigatori cominciano a seguire la scia informatica delle comunicazioni tra i membri del gruppo. Anche la Sim Card collegata al portatile da cui partirà la mail di rivendicazione dell’omicidio Biagi, aiuta a confermare «l’impronta digitale» telematica. Da quel momento è una corsa contro il tempo per individuare gli assassini che porterà a una serie di blitz, fino all’ultimo, tra Milano, Torino, Padova e Trieste, del 12 febbraio 2007. Se siamo giunti al capitolo finale di un dramma tutto italiano nessuno può dirlo, Biacchessi sceglie di mostrare i fatti, muovendo la penna come la cinepresa di una fiction cruda e vera, e usando le testimonianze come voci off che gettano luce sulle indagini degli uomini dello Stato e sulla lucida follia organizzativa dei loro irriducibili avversari.
«Noi abbiamo ripreso il discorso là dove s’era interrotto, nel 1988, con l’omicidio Ruffilli. Conta la strategia, che si fa testimonianza: la volontà di tenere accesa una fiaccola, di dire che c’è ancora spazio per un’opposizione combattente anche se non arriverà alla vittoria. Io non ho mai pensato di fare la rivoluzione, ma di riproporre il patrimonio politico-teorico delle Br, la strategia della lotta armata a prescindere da una lotta di classe diffusa. Per questo penso che un giorno le Br potrebbero tornare. Non oggi né domani, ma un giorno… È possibile.» Cinzia Banelli |
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