Il 12 maggio 1942 giunge ad Auschwitz, il campo di concentramento che Himmler aveva voluto far sorgere a tempo di record a 50 chilometri da Cracovia, un nuovo convoglio di ebrei. Che per la prima volta non vengono né internati né rasati né selezionati per le squadre di lavoro, né picchiati o uccisi a colpi di pistola. Vengono inviati direttamente nelle camere a gas. «Così», scrive Friedrich, «Auschwitz diventò quello che da sempre era destinato a diventare: non un campo di prigionia, non un campo di lavoro, ma un Vernichtungslager, un campo di sterminio». Vernichtung, in tedesco, ha un significato ancora più terribile di «sterminio»: vuol dire trasformare in nulla, annientare. E questo è avvenuto ad Auschwitz, dove milioni di vite sono state annientate con una ferocia che ai credenti ha fatto chiedere, disperati: «Perché Dio ha permesso che ciò accadesse'» Contro ogni amnesia o tentazione revisionistica, il testo di Friedrich, impostosi come la più documentata ricostruzione della vita quotidiana nel campo di sterminio nazista, ci ricorda che il genocidio del popolo ebraico pianificato dai nazisti è l'evento centrale di questo secolo: quello che divide la storia umana in prima e dopo Auschwitz.
Otto Friedrich è nato a Boston, Massachusetts, nel 1937. Giornalista e saggista, ha diretto per anni il settimanale newyorkese «Time». Tra le sue opere: The End of the World, Before the Deluge: A Portrait of Berlin in the Twenties e Olympia: Paris in the Age of Manet. |
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