«Ibrahimovic non ha mai manifestato la minima debolezza in pubblico e probabilmente si farebbe torturare prima di incappare in qualcosa di simile. Alza la testa e va, lui, con i piedi alla brasiliana che si ritrova, segna molto e in maniera sempre diversa, come se disponesse di un database particolare, sterminato e capace di arricchirsi ogni giorno di nuove mosse impensabili. Detta con facile immagine: Ibra è uscito dritto per dritto (si dice così, oggi) da una playstation e si è incarnato in un essere umano dotato delle medesime caratteristiche, soprattutto mentali, che un giovane impallinato di mezzi elettronici moderni assegnerebbe al proprio (super)eroe preferito. grande praticità, totale concentrazione, obiettivi nel mirino a qualunque costo, né un grammo di più né uno di meno di quanto serve a soddisfare se stessi e raggiungere i propri scopi. Più una sfera personale da tenere nascosta a tutti, in una cache di memoria, con una storia alle spalle che è ricchissima di spunti e che parte da lontano, da antichissime contaminazioni, un po’ guerriere un po’ no. E da un campetto di calcio un po’ svedese e parecchio multietnico.»
Zlatan Ibrahimovic, fuoriclasse del pallone, una storia unica. Quella di un calciatore che simboleggia da solo il futuro dello sport più popolare del mondo. Sfrontato, sicuro di sé fino al limite estremo, chiuso e refrattario alle regole comuni del campione amico della gente e dei tifosi. Dall’infanzia nel quartiere ghetto di Rosengård, alle porte di Malmö, padre bosniaco e madre croata, alla ribalta mondiale come campione controverso e senza paragoni possibili. Una storia che è soprattutto italiana, dal 2004 a oggi. Ibra ha attraversato come un cyborg dai mille talenti la fase più difficile del calcio di casa nostra, uscendone sempre indenne e vincente, continuando a mantenere un solo punto di riferimento: se stesso, le sue incredibili potenzialità e i sentimenti forti che suscita nei tifosi. O lo si ama o si invidia chi lo ama.
Antonio Dipollina è critico televisivo de «la Repubblica». Da dieci anni, ogni lunedì è autore della rubrica Schermaglie, dedicata a gioie e nefandezze del calcio televisivo. Il calcio, quello giocato, guardato rigorosamente in tv, lo salva dalla tv medesima e gliela rende vagamente tollerabile, ma non sempre. Ha una moglie, Laura, e una figlia, Arianna, di 12 anni. è interista critico da sempre, con trascurabili punte di fanatismo.
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