ERRATA CORRIGE. Sull’omicidio del commissario Antonio Esposito, a pagina 92 si legge: «Dall’elenco dei piduisti trovato a Villa Wanda, Castiglion Fibocchi, Arezzo», il dottor Esposito «risultava “maestro” nella loggia di Licio Gelli, dal primo gennaio 1977 titolare della tessera numero 1841, codice E 17.77, gruppo 05, fascicolo 0251, 100 mila lire versate quali quote per il biennio ‘77-78, ricevuta numero 146». Si tratta di un disgraziato caso di omonimia, sfuggito a più controlli. Il titolare di quella tessera era un altro, pur avendo nome, cognome, professione e grado simili. L’autore si rammarica per quell’errore che non ha saputo evitare.
«Ah! siete voi. Lo immaginavo.»
La stella era gialla, fissata su un drappo rosso, quasi fosse una quinta attaccata alla parete di fondo di quella stanza «lunga e molto stretta» dove lo avevano portato. Lui girò lo sguardo per qualche istante, poi si voltò e li fissò. Aveva ancora quell’espressione che molti credevano mansueta. Erano in due, rozzi cappucci antracite di cotone cuciti a mano, come ricavati da un sacchetto, nascondevano le facce. Lui ne scorgeva soltanto gli occhi.
«Presidente, ha capito chi siamo?»
«Ho capito chi siete.»
Erano le Brigate rosse, quella volta certe di aver colpito «al cuore lo Stato». E ammesso che lo Stato ce l’abbia, un cuore, lui ne sembrava la sintesi. E ora si trovava nelle mani di terroristi che non avevano esitato a fare una strage pur di prenderlo. Lì, in piedi, con quegli incappucciati, indecisi su cosa fare. Si guardò intorno: la cella, 2 metri per 90 centimetri, conteneva il letto, una specie di branda dall’aria neppure troppo scomoda, il water chimico, un comodino e, dalla parete, spuntavano una conduttura per l’aria e un microfono.
«Quello è vero?» domandò.
«Sì. Registriamo quello che dici e serve a te per chiamare, se ti serve qualcosa.»
Gli avevano subito dato del tu, ma questo non era sembrato infastidirlo. Poi, con il passare dei giorni, anche lui avrebbe sovente dato del tu al suo inquisitore.
Vincenzo Tessandori è nato a Lunata di Capannori (Lucca) nel 1943. Ha cominciato il suo percorso a «La Nazione» nel 1959, per passare nel 1969 a «La Stampa». Dal 1978 è diventato inviato speciale. Per anni ha seguito le vicende del terrorismo, rosso e nero, e sull’argomento viene considerato uno dei più informati fra i giornalisti italiani, si è poi occupato del banditismo in Toscana e in Sardegna, della rivolta dei carapintadas in Argentina, del dramma dell’Albania, della guerra fra Etiopia ed Eritrea e di quella in Kosovo.
Per Baldini Castoldi Dalai editore ha pubblicato: Il procuratore. Gian Carlo Caselli fra mafia e terrorismo (1995, con Ettore Boffano), e Br. Imputazione: banda armata (2000, 2007, edito nel 1977 da Garzanti).
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