Prendendo spunto da una polemica letteraria di altri tempi (tra Giacomo Casanova e due professori dell’Università di Bologna) e di altri luoghi (Bologna, ma non solo Bologna), Carlo Flamigni ci guida in un percorso sorprendente e tortuoso che sfiora i confini della biologia, della filosofia, della letteratura, della mitologia e della religione, per rintracciare un comune denominatore all’accanirsi secolare dell’uomo contro la donna. Tesi di fondo è la negazione tanto delle capacità cognitive dell’«utero pensante», quanto di una ragione sottesa ai misteri del concepimento e della procreazione. «Diavolerie», le ha spesso sminuite – e, in casi estremi, bollate – l’atavica presunzione maschile che, invidiosa o incapace di comprendere, ha attribuito alla presupposta diversità e disumanità del genere femminile le definizioni più impensabili e stravaganti. Animali che pensano, uomini difettosi o mutilati, esseri irrazionali e imperfetti predisposti all’inganno e alla menzogna, creature deboli, fragili, impazienti, incostanti, crudeli, incapaci di governare e di consigliare…
Forte di un’approfondita e meticolosa ricerca di testi antichi spesso difficilmente reperibili, l’autore dà vita a un libro arguto e dalle solide basi scientifiche che, ripercorrendo gli errori – e soprattutto gli «orrori» – del passato, cerca la giusta ragionevolezza con cui guardare al presente e al futuro tanto dell’universo femminile quanto della sessualità. Insomma, se l’idea di essere tutti costole di Eva è stata per secoli troppo dura da accettare, e sebbene ancora oggi l’invidia maschile risenta degli antichi retaggi, un domani, chissà…
«A pensarci bene, questa storia dell’utero che pensa potrà colpire per un attimo la fantasia degli uomini, ma ben presto finisce col far acqua da tutte le parti. Perché un utero, se vuol imporre i propri pensieri, deve per forza impadronirsi della testa che è il luogo nel quale risiede l’anima? In altri termini, se le donne fossero realmente dominate da questo utero pensante, sarebbero prive di ogni carattere capace di assimilarle all’umanità e pertanto destinate al disprezzo, incapaci di azioni razionali, inaffidabili, prive di meriti apprezzabili. Non apparterrebbero dunque alla specie dell’uomo, ma rappresenterebbero solo una imperfetta imitazione della natura che avrebbe assegnato loro non più che una parvenza di razionalità, un fugace alito di raziocinio.
Ma non è quello che si è detto di loro per secoli?»
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